Forme di creta e di metallo

Il chiostro dei Santi Bonifacio e Alessio è un luogo segreto e silenzioso. È uno spazio antico, chiuso su tutti i lati dagli edifici conventuali, scandito da alberi di arancio e da un pozzo al centro. Giovanna Martinelli, Riccardo Monachesi, Ninì Santoro e Mara van Wees hanno percorso il chiostro, lo hanno misurato, hanno letto le lapidi antiche sulle pareti fino a entrare in simbiosi con lo spazio e la storia che vi si respira. Ne è nata ClaustroMania, un termine che non deve condurre all’ambito patologico, ma a pensare una condizione umana protetta, come è stata, soprattutto nei secoli passati, la volontaria reclusione dei monaci nei conventi, per dedicarsi allo studio, alla preghiera e alla contemplazione. E come è stata volontariamente isolata e reclusa, anche, una parte della vita di sant’Alessio.

Attorno alla sua figura si è costituita una narrazione leggendaria, per molti aspetti comune ad altri santi dei primi secoli del cristianesimo. Di discendenza patrizia, alla vigilia delle nozze Alessio si allontanò per recarsi a Edessa, dove distribuì i suoi averi e visse da mendicante predicando. Ritornato a Roma, dove i familiari non lo riconobbero, trascorse il resto della vita sotto una scala della dimora di famiglia, confinato fino alla morte dalla sua scelta di povertà. Lui stesso avrebbe lasciato scritte le proprie vicende in un foglietto rinvenuto fra le sue mani.

Le sante avventure di Alessio sono diventate la Chanson de saint’Alexis in una serie di poemi medievali, nell’undicesimo secolo sono state illustrate a fresco nella basilica inferiore di San Clemente a Roma, sono il soggetto del Sant’Alessio, dramma musicale barocco di Giulio Rospigliosi nel 1631 e sono, ora, il tema intorno a cui hanno composto le loro opere i quattro artisti che espongono nel chiostro.

Riccardo Monachesi ha individuato i temi del viaggio e dell’elemosina: le conchiglie di san Giacomo che rendono riconoscibile il pellegrino e gli servono per dissetarsi, dove la creta si fa materia organica, tutte simili ma nessuna uguale all’altra. L’artista spiega così il suo lavoro: “La conchiglia è, insieme a diversi significati “pagani”, il simbolo del pellegrinaggio e di una scelta di vita caratterizzata dalle elemosine”. Alle conchiglie si aggiunge una sequenza di ciotole, disposte a intervalli regolari, ma libere nella forma morbida e casuale, a scandire il tempo lungo e lento degli anni trascorsi da Alessio pellegrino e poi mendicante sotto la scala di casa. Alcune conservano tracce d’oro, delle monete ricevute in elemosina,  che il santo divideva con altri compagni di povertà.  La narrazione del viaggio, del tempo ben si situa in uno dei percorsi creativi più felici di Riccardo Monachesi, quello che conduce alla sequenza seriale. Forse originata nella rigorosa pratica grafica dell’architetto, subito sconfessata dal gesto delle mani nella materia, per plasmarla e colorarla, in forme e macchie imprevedibili.

Un altro elemento, simbolico e reale, che caratterizza il pellegrino sono i passi, impressi nella creta come orme d’oro e d’argento. Passi preziosi, in questo luogo evocativi di un itinerario di santità. E non si può non pensare ai piccoli ex voto di marmo di età romana con su incise impronte di piedi, come quelle del Domine quo vadis e dei musei Capitolini.

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Mara van Wees ha privilegiato il tema della scala. Un’iconografia che le è congeniale, che ha fatto la sua comparsa nella mostra In Crypta (2013), e che sembra contenere l’essenza dei suoi temi recenti, il rapporto pieno vuoto, la permeabilità della materia, il movimento. Le sue scale sono irregolari e malferme, fatte di frammenti sovrapposti, e sovrapponibili all’infinito, rese mobili anche dai passaggi della luce sulle superfici. Anche i prismi metallici intitolati a Caio Cestio possono essere composti a formare una scala, solo apparentemente più stabile, perché gli elementi di partenza sono figure geometriche semplici, la circonferenza e il triangolo equilatero, quest’ultimo omaggio nelle proporzioni al modulo della piramide Cestia.

Se poi, dalle vicende di sant’Alessio si passa all’edificio che ne porta il nome, alcune sculture che hanno come elemento generatore il piano dialogano con il chiostro. Sono Planimetrie di corti immaginarie. Vengono in mente, nella materia e nei colori delicati, i mingqi, modellini in terracotta di cortili trovati nelle sepolture cinesi della dinastia Han. Le Corti interagiscono anche con le lapidi marmoree murate alle pareti del chiostro. In questo caso per contrasti, perché sono superfici rotte, come i frammenti lapidei incastonati nel muro, ma nelle quali il piano si solleva in una molteplicità di figure geometriche, piane e solide, moltiplicate dalle partizioni del colore.

Nei grandi ferri di Ninì Santoro e di Giovanna Martinelli il riferimento al santo eponimo e ai suoi luoghi si fa più allusivo, meno percettibile, mediato dal titolo.

Di Ninì Santoro, uno dei protagonisti dell’astrattismo, è esposto il grande Ulisse in ferro e inox –  acuto, potente, quasi violento nel suo spalancarsi – una delle  figure della serie degli Achei, presentate per la prima volta a Roma nel 1971 e di seguito in numerosi musei e gallerie del mondo. “Questa volta, l’accerchiamento previsto in origine dall’artista resta virtuale e lo spazio creato e delimitato dagli assi metallici – cambiando essi stessi di materia e di direzione – rimane aperto, concettuale, come è definito dall’insieme di bracci alzati o di aste saldate tra loro alla base e che si distaccano su diversi piani” (Jacques Lassaigne, 1972).  La sculturacelebra il capostipite dei personaggi la cui vicenda narrativa è incentrata sul viaggio. E Alessio è un Ulisse cristiano, assonante anche nel nome.

I due Templari, di una serie di undici esposti per la prima volta nel 1974, alludono qui al vicino complesso del Priorato. Sono il Gran Maestro Jacques de Morleais, giustiziato per ordine di Filippo IV di Francia, e il sodale Montfleury. Come scrive lo stesso Ninì Santoro in una lettera a Stefano Gallo pubblicata nel 2014: “I Templari sono rappresentati con un misto di curve e linee ma a differenza degli eroi hanno una consistenza più umana, quindi corposità che è trasparente, per non rendersi tra l’umano e il presuntuoso designato dal Signore ad interprete della verità”.

Nelle opere metalliche di Giovanna Martinelli si percepisce la matrice grafica, il segno netto e sottile, come di scrittura trasferita nelle tre dimensioni. Dove acquista la forza di una struttura architettonica. La scultura L’alleanza origina da un versione piccola (cm. 30, 2009) in cui i due corpi sono lastre uguali di lamiera dipinta in grigio scuro. Nel modello si percepiva l’intenzione di creare, per chi guardasse girandovi intorno, inaspettate e mutevoli percezioni di luce e ombra. La versione realizzata in grande è come spogliata della materia. Rimane l’ossatura perimetrale, su cui si concentra lo sguardo e ne ricava una diversa mutevolezza luminosa, questa volta nel divario cromatico dei due elementi.

La scultura Phi dichiara nel nome una complessità di significati. Phi è il numero irrazionale che definisce la sezione aurea, e si traduce in quel rapporto perfetto tra due lati di un rettangolo che è la misura utilizzata dalla natura per costruire la conchiglia del nautilus, da Fidia nel Partenone, e anche dai progettisti della mela di un famoso marchio di computer. Phi è, dunque, lo strumento per la definizione della forma che racchiude la propria perfezione assoluta, quella da cui è difficile distogliere lo sguardo. Dalla quale, inaspettatamente, Giovanna Martinelli offre una via di fuga, i due frammenti rossi, speculari, attraverso i quali distogliersi all’incantamento del labirinto.

Grazie ad un notevole ad apprezzatissimo lavoro organizzativo e di relazione, l’evento si inserisce nella più ampia manifestazione di Rome Art Week, alla quale partecipa con i due incontri di discussione su importanti temi culturali, previsti per il giorno 22 ottobre.

La nostra Associazione ritrova, in attività come questa, un forte legame con i suoi valori fondativi, allora principalmente concentrati sullo sviluppo di iniziative sul territorio che contribuissero a tenere vivo il patrimonio archeologico, artistico, spirituale e culturale che  permea ogni angolo della struttura urbanistica e paesaggistica del nostro Colle.

Considerevole è il fatto che tutti gli artisti che espongono in questa mostra abbiano un legame forte con l’Aventino, così come lo hanno gli organizzatori e la curatrice. Un “fatto in casa” di altissimo livello che dimostra, ove ve ne fosse stata la necessità, a quali risorse umane e culturali può attingere l’Associazione per promuovere la qualità del vivere nel nostro Rione.

Non solo interesse per i problemi di “logistica” sociale, seppure importantissimi, quali la sicurezza, la cura del verde, il decoro urbano, la pulizia, la regolamentazione del traffico o il miglioramento del sistema dei trasporti pubblici, ma anche iniziative aperte alla città, con cui dialogare ed alla quale offrire un po’ dei nostri “saperi”, della nostra creatività e del nostro “stile di vita” in comunità.

Sarà una bella occasione per incontrarci, magari il giorno dell’inaugurazione, allietati da un calice di ottimo vino di Casale del Giglio, azienda i cui titolari hanno un forte legame con il Colle, e rinnovare l’impegno di ognuno di noi ad attivarsi per moltiplicare iniziative di questa qualità e così come la partecipazione alle attività di tutela, cura e protezione del nostro Aventino.

Vi aspettiamo numerosi, come si usa dire in queste occasioni, per continuare a conoscerci, condividere bei momenti insieme e perché no, iscriversi come Soci Sostenitori alla nostra Associazione. Ma soprattutto perché questo evento merita il successo di pubblico, quale tangibile apprezzamento da parte di una comunità sociale, viva, coesa e partecipe quale pensiamo sia la nostra.